NON AVERE TIMORE DELLE PERSONE CHE SOFFRONO

18 Oct NON AVERE TIMORE DELLE PERSONE CHE SOFFRONO

Ciao a tutti i membri della community

Oggi vorrei raccontarvi una storia significativa, un’esperienza personale che vorrei condividere con voi.

Di ritorno da Milano Centrale e da un appuntamento importante e allegro, ho fatto un incontro.

Mi sono seduta in un posto del treno regionale, con quattro sedili vuoti e comincio a sfogliare una rivista regalatami poco prima.

Sento un po’ di trambusto, arriva una coppia rumorosa e sento le persone ridere e bisbigliare.

Alzo lo sguardo e dove si siederanno mai questi due signori con una birra aperta in mano? Davanti a me.

A volte credo che il mio ruolo nei confronti dell’altro sia scritto sulla mia testa con un cartello che io non visualizzo ma gli altri si.

Una donna di circa 45 anni ed il suo compagno, forse qualche di più,

Due tossicodipendenti. Li saluto e chiedo loro come stiano.

Sapete di quelli che non si vedono perché sono curati, sono ben ordinati, ma il loro  comportamento li tradisce.

Le persone a me accanto, mi guardano come suggerendomi di spostarmi e cambiare posto.

Ma io non ci penso nemmeno, Perché dovrei donare questa umiliazione a due persone che non stanno bene, se pur un po’ alterate?

La donna comincia a parlarmi e dirmi “mi sento stanca, sto sudando, sono depressa, lui non capisce che non sto bene davvero”.

Lui legge il giornale o almeno prova a fare un atto di “normalità” ma sono convinta che le sue condizioni non gli permettessero nemmeno di accedere al titolo di un articolo, in grassetto.

Rispondo alla donna “beh, è normale, quando passerà l’effetto, vedrà che passerà anche la sudorazione o magari aumenterà”.

Lui alza lo sguardo timidamente e lo riabbassa. Lei sorride, incredula e con gli occhi  di una bambina che è stata scoperta.

Capisco che non sanno gestire il silenzio, si guardano attorno in modo agitato e colgono solo sguardi schifati e sdegnati, uno sdegno che comincia a riversarsi anche su di me, che rivolgo loro la parola in modo rilassato.

Decido di parlare e dire qualcosa e la sparo ancora più grossa!

Dico con il sorriso “eroina o cocaina”? “Prima una e poi l’altra per darsi una botta?”.

Una forte risata da parte di tutti e due, lui appoggia il giornale, con cui non deve più nascondersi e lei toglie i capelli dal viso e mi guarda negli occhi.

E comincia il racconto della sua vita, con lui che arricchisce di particolari anche molto dettagliati, che ogni tanto necessitano di uno mio stop.

“Ho cominciato giovane, poi sono riuscita a smettere, ho una figlia, che non vuole più saperne di me da quando ho ricominciato” ed entra nel dettaglio di tutta la vita di sofferenza per tentare di uscire dalla droga, per dimostrare a se stessa ed agli altri che lei non è solo una drogata.

Lui mi dice “preferisco morire che continuare così e vivere cercando a come soddisfare il bisogno della sostanza, questa non è una vita, io vorrei, ma da solo non riesco”.

I passeggeri vicini si alzano e cambiano posto, con lo sguardo inorridito e terribile nei miei confronti in quanto li sto  ascoltando.

Ma ad un certo punto, con sguardo fiero e carico di speranza, lui aiuta lei a togliere dalla tasca della giaccau n biglietto con un indirizzo.

Il nome di una comunità terapeutica che ben conosco e dove insieme avranno l’ultimo colloquio per poi entrare e curarsi.

Lei,con sguardo fiero, mi dice “io voglio provarci ancora, io ho capito che non posso vivere fuori così. vorrei disintossicarmi, lavorare per la comunità e rendermi utile a tutti i ragazzi più giovani e vorrei tornare ad essere bella. Io ero bellissima sai???”

In effetti i segni di una bellezza trascurata si individuavano ed anche di un buon livello culturale in entrambi, un linguaggio ricco ed appropriato,

Lui prende la parola e mi dice che lui lo deve oltre che a se stesso, anche ai suoi genitori anziani, a cui vorrebbe essere capace di donare le sue cure, senza aver bisogno di combinare guai per avere soldi.

La mia stazione di arrivo si avvicina e comincio a dir loro che devo scendere e salutarli.

Li ringrazio, mi abbracciano e mi chiedono se tra un anno io possa chiedere di loro in comunità per sapere come stanno e magari andare a trovarli.

Rispondo positivamente, aggiungendo “spero di non sentire che uno di voi sia scappato, non siete più ragazzini”.

Scoppiano in una risata.

La mia stazione è arrivata, vedo il cartello, mi precipito a scendere e dal finestrino li vedo, a malapena reggersi in piedi, salutarmi entrambi. Alzo le braccia e contraccambio il saluto.

Intravedo lo sguardo di altre persone nello stesso vagone, inorridite e sorprese.

Condivido questa storia con voi, perché vorrei sottolineare l’importanza di quanto la negazione non sia mai una risposta, ma dedicare del tempo a chi sta male, possa solo che arricchire se stessi.

La sofferenza altrui non è qualcosa da cui sentirsi lontani.

Nelle persone che osservavano inorridite, c’era in qualche modo quel pregiudizio il cui slogan  comune è “se la cercano loro”, quasi che nel cadere nella tossicodipendenza e nel non riuscire a disintossicarsi ci sia una volontà precisa.

Auguro ai due cari compagni di viaggio di treno la possibilità di entrare in quella comunità e di cominciare a prendere in mano la loro vita, non è mai tardi per farlo e per essere felici.

Sara di Protea Associazione

 

 

 

 

 

2 Comments
  • STEFANIA
    Posted at 06:37h, 19 October Reply

    Tanti auguri a queste due persone e grazie Sara per l’insegnamento.
    spesso davvero le persone che stanno male ci suscitano delle paure che con umanità possiamo affrontare
    #desideriamo

  • Federica
    Posted at 10:24h, 26 October Reply

    Grazie Sara per questo bellissimo racconto.
    E’ davvero bello che esistano ancora persone come te.
    Tante, tantissime volte pecchiamo di egoismo e falsi moralismi, senza pensare che in situazioni disperate, di delusione, di perdita, potremmo cadere anche noi in vortici pericolosi. Siamo umani tutti.
    Messaggio bellissimo <3

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