International mother tongue day

21 Feb International mother tongue day

February 21 INTERNATIONAL DAY OF MOTHER TONGUE ISSUED IN 1999 BY UNESCO and RECOGNIZED BY THE UN GENERAL Day, chosen by UNESCO to commemorate February 21, 1952, when several students of the University of Dhaka Bangladeshis were killed by the police of Pakistan (which then included the Bangladesh) while protesting for the recognition of Bengali as an official language. My reflection, a few hours from our International Palermo Morocco Rendez-vous Conference, is aimed primarily at the right of the mother tongue in maintaining migration. In fact, it is not only considered a primary form of communication, but a symbol of cultural identity, traditional, religious and especially family. The native language is the carrier of “values” of “belonging” and its exploitation is equivalent to the recognition of human dignity. In my long experience of working in education to health facilities, educational institutions, therapeutic communities, and for children I got the notion that the attachment to your own mother tongue is an indicator of a “lack of form of integration.” Too many times I’ve heard “Italian spoken among you” to people gathering communicated in the original language. I consider essential, legitimate and rightful demand for learning the language of the receiving country and undoubtedly one of the tools necessary to ensure that the social inclusion process can be perfected. However, I consider it necessary in such a way that their identity and reference to transmit values ​​from their families and from their own tradition should be maintained even through the language and its idioms. A good identity structure is not a threat to social inclusion, but it is a useful and necessary value as a compass in the encounter with the other and with the new culture. In schools has already been more than shown that the maintenance of their language in no way limits the learning of new, rather it is a tool almost necessary to the construction of a new language system.

Then, ask for migrant parents to speak Italian to the children it means force them and that does not contribute to a good language learning and above all that prohibits transmission required for the harmonious and balanced growth.  If you are angry what language do you use? Do you love the language in which you express? Are you  concerned about the language that you use? Surely you can do that in multiple languages, especially those who have a path as my traveling and language learning, but which there is really deep and spontaneous ??? I’m sure you’re thinking, “In MY language” and maybe even in your dialect. When migrating back to the issue that we will face in the Palermo-Morocco conference Rendez-vous the really important exchange in the host practice the language. A disoriented woman, a man tired from a trip to sea on responsibilities conferred, a frightened child and lost in a new world deserve to be heard in their own language. No numbers, have a story to tell. Languages ​​”European” bridge are fundamental, but a drama like a sea voyage can not be told in a language of study and does not belong, but from the “heart language.” Hence the importance of linguistic and cultural mediation as a practice of welcome and listening. “If you talk to a man in a language he Understands, That goes to His Head. If you talk him into His language, That goes to His heart “Nelson Mandela Sara Baresi, President Protea Human Rights

 

21 FEBBRAIO
GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA LINGUA MADRE
INDETTA NEL 1999 DALL’UNESCO e RICONOSCIUTA DALL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU

Giorno scelto dall’Unesco per ricordare il 21 febbraio 1952, quando diversi studenti bengalesi dell’Università di Dacca furono uccisi dalle forze di polizia del Pakistan (che allora comprendeva anche il Bangladesh) mentre protestavano per il riconoscimento del bengalese come lingua ufficiale.

La mia riflessione, a poche ore dalla nostra Conferenza Internazionale Palermo-Marocco Rendez vous, si rivolge soprattutto al diritto del mantenimento della lingua madre nella migrazione.
Essa infatti non è solamente da considerarsi una forma di comunicazione primaria, ma emblema di un’identità culturale, tradizionale, religiosa e soprattutto familiare.
La lingua madre è portatrice di “valori” di “appartenenza” e la sua valorizzazione equivale al riconoscimento della dignità umana.
Nella mia lunga esperienza di lavoro in ambito educativo presso strutture sanitarie, istituzioni scolastiche, comunità terapeutiche e per minori ho avuto modo di incontrare il pregiudizio secondo cui l’attaccamento alla lingua materna fosseun indicatore di una “mancata forma di integrazione”.
Troppe volte ho sentito dire “parlate italiano fra voi” a persone che riunendosi comunicavano nella lingua d’origine.
Considero fondamentale, legittima e doverosa la richiesta di apprendimento della lingua da parte del Paese di accoglienza ed indubbiamente uno degli strumenti necessari affinché il processo di inclusione sociale possa avere il suo compimento.
Ritengo però necessario in tale percorso che la propria identità nonché il riferimento ai valori trasmetti dalla propria famiglia e dalla propria tradizione debbano essere mantenuti anche attraverso la lingua ed i suoi idiomi.
Una buona struttura identitaria non è una minaccia all’inclusione sociale, ma è un valore utile e necessario come una bussola nell’incontro con l’altro e con la nuova cultura.
In ambito scolastico è già stato più che mostrato che il mantenimento della propria lingua non limita assolutamente l’apprendimento della nuova, anzi è uno strumento quasi necessario alla costruzione di un nuovo sistema linguistico.
Chiedere quindi ai genitori migranti di parlare italiano ai figli è una forzatura che non favorisce assolutamente il buon apprendimento linguistico e soprattutto vieta tutta quella trasmissione necessaria per la crescita armonica ed equilibrata.
Chiedo ai lettori dell’articolo di darsi una risposta.
Se siete arrabbiati in quale lingua esclamate?
Se amate in quale lingua lo esprimete?
Se siete preoccupati in quale lingua lo manifestate?
Certamente potrete farlo in più lingue, soprattutto chi ha un percorso come il mio di viaggio e apprendimento linguistico, ma quale vi viene davvero profondo e spontaneo???
Sono certa che starete pensando “Nella MIA lingua” e forse anche nel vostro dialetto.
Nella migrazione tornando al tema che affronteremo nella conferenza Palermo-Marocco Rendez-vous lo scambio davvero importante nella pratica di accoglienza è la lingua.
Una donna disorientata, un uomo stanco da un viaggio in mare carico di responsabilità conferitagli, un bambino spaventato e smarrito in un nuovo mondo meritano di essere ascoltati nella loro lingua. Non sono numeri, hanno una storia da raccontare.
Le lingue “ponte” europee sono fondamentali, ma un dramma come un viaggio in mare non può essere raccontato in una lingua di studio e non di appartenenza, ma dalla lingua del “cuore”.
Di qui l’importanza della mediazione linguistico culturale etnoclinica come pratica di accoglienza e di ascolto.

“If you talk to a man in a language he understands, that goes to his head. If you talk him in his language, that goes to his heart” Nelson Mandela

Sara Baresi, Presidente di Protea Human Rights

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